Category Archives: Arte e storia

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Cappella di Sant’Anna a Cercenasco

Volti Vergine (1)

La Cappella di Sant’Anna si trova nel centro dell’abitato di Cercenasco. Si compone di due corpi contigui, costruiti in due momenti distinti: una navata, risalente agli anni Quaranta dell’Ottocento, e un’aula quadrangolare, edificata nel XV secolo e attualmente fungente da abside, separata dalla navata ottocentesca da un arcone che, in origine, costituiva l’unico accesso alla cappella. Proprio nell’abside si cela una gemma di assoluto pregio nel panorama della storia dell’arte locale di fine Quattrocento: sulla volta e sull’antico arco d’accesso sono narrati alcuni episodi delle Storie della Vergine (lo Sposalizio, l’Annunciazione e la Visitazione di Maria a santa Elisabetta, la Dormitio Virginis e l’Incoronazione), distribuiti fra le quattro vele, e la Disputa di Gesù fra i dottori del tempio, su quella che in origine era la facciata della cappella. Sul lato opposto dell’arcone d’accesso è affrescato un ricco tralcio vegetale interrotto da tre tondi contenenti i volti di Cristo, sulla sommità, e di due chierici tonsurati, ai lati. Concludono il ciclo alcuni lacerti di una scena raffigurante un coro di angeli, sullo sguancio della finestra del muro di fondo, e un San Cristoforo, attualmente su un cavalletto all’interno della cappella ma in origine sulla parete esterna rivolta verso la piazza, dalla quale è stato staccato per ragioni conservative.

Gli affreschi costituiscono la punta di diamante della produzione di un artista di grande bravura che, rimasto anonimo, è noto con l’appellativo di Maestro di Cercenasco, nome di comodo coniato dalla critica proprio in riferimento ai dipinti della cappella di Sant’Anna. Il Maestro lavorò in diverse zone del Piemonte e, in particolare, nel pinerolese, territorio in cui è concentrata la maggior parte della sua produzione conservata, e fu attivo fra l’ultimo decennio del Quattrocento ed il secondo del Cinquecento.

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Saluzzo, capitale del Marchesato

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Il filmato ufficiale promosso dall’amministrazione comunale e realizzato da Fotovideodrone per promuovere l’antica capitale del Marchesato, nel cuore delle Terre d’Acaia


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Pinerolo da scoprire

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Un magnifico filmato per apprezzare la monumentalità e la bellezza di Pinerolo, del suo centro storico e dei monumenti che accoglie.


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L’aeroporto di Airasca

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Ci sono ad Airasca molte persone che si ricordano ancora dell’esistenza dell’aeroporto, ma tante altre che non ne hanno affatto conoscenza. Se pure l’aeroporto si trovava materialmente nel territorio di Airasca, le sue strutture e le sue vicende hanno interessato notevolmente anche Scalenghe e in particolare la frazione Viotto. Le poche notizie disponibili derivano da un volumetto di Ferdinando Pedriali intitolato “Il Campo di Aviazione di Airasca”, pubblicato nell’anno 2004, di difficile reperibilità.

Il campo di aviazione si trovava nel sito attualmente occupato dalla ex Riv-SKF, quindi adiacente alla SS 23 e al territorio di Scalenghe. La sua costruzione cominciò nel 1936, ma il campo rimase pressoché inutilizzato sino al maggio 1940, ossia sino all’imminenza della dichiarazione di guerra alla Francia. A quel punto vi fu dislocato uno stormo di aerei da caccia Macchi Mc200 e per ospitare gli avieri e gli addetti vennero requisite alcune case in Airasca e dintorni (cascine Borda, Vicendette e Torretta e castello di Airasca).

La rapida fine della guerra contro la Francia lasciò di nuovo inutilizzato l’aeroporto per tutto il 1941 e 1942. Ma dal 1943 i massicci bombardamenti degli aerei alleati, che partivano dalle basi in nord Africa per bombardare l’Italia meridionale e centrale, imposero alle forze dell’Asse di spostare i propri aerei sempre più a nord e così anche il campo di aviazione di Airasca, che di fatto divenne una base della Luftwaffe, tornò utile. Qui furono stanziati bombardieri Ju88 che decollavano per bombardare i convogli alleati impegnati nello sbarco in Sicilia. Dopo l’armistizio i tedeschi iniziarono lavori di miglioria e potenziamento del campo, quali ad esempio la pavimentazione della pista con traversine di legno, la costruzione del bunker, la costruzione del deposito carburanti al bivio Botteghe. Ma altri lavori intrapresero i tedeschi nell’inverno 1943-44, lavori che interessarono tutta la zona e le cui vestigia in parte sono ancora visibili.

Prima fra tutte la costruzione di una pista in cemento in regione San Bernardo nel comune di Buriasco, poi quella di un bunker nei pressi di Airasca e infine quella di numerosi ricoveri per gli aerei sparsi nel territorio intorno a Viotto, fra Airasca, Buriasco e Appendini. Vista l’importanza assunta dall’aeroporto e dalle sue strutture, tutta la zona fu oggetto di violenti attacchi aerei degli Alleati, specialmente nel mese di agosto del 1944, finchè venne poi abbandonato poco prima della fine delle ostilità nella primavera del 1945.

Oggi si possono ancora vedere alcune tracce di quello che è stato. Ad esempio ci sono i resti del bunker a nord-est dello stabilimento ex Riv, in regione Vicendette, mentre è ben visibile la pista di cemento a Buriasco, così come un ricovero degli aerei in regione Mombello (si vede a sinistra dalla strada che va verso Appendini). Ve n’era uno anche a Viotto, nel campo fra il bocciodromo e la cascina Roccia, poi uno ai Raineri, a Murisenghi, alla Trotta, a Campofiorito, alla Cappona, a Rivasecca.

Racconta il proprietario dell’agriturismo Il grande vecchio: “Ricordo che mio nonno nei primi anni ‘50 acquistò un pezzo di terra all’angolo dell’incrocio al bivio Botteghe, proprio dove c’era il deposito dei carburanti e qui vi costruì la sua casa, utilizzando anche materiali provenienti dalla pista di Buriasco che con pazienza e fatica andava a caricare e trasportava sino a Viotto. Quando nel 2001 ristrutturai la casa, sotto l’intonaco ho ritrovato quei blocchi di cemento certo non molto idonei ad una costruzione, ma almeno più rasserenanti che non sotto le ruote degli aerei da guerra.”

grandevecchio


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Le archeologie industriali: un patrimonio da conservare

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Tutto il Pinerolese, come altre parti dell’Italia, è ancora cosparso di una miriade di edifici (vecchi più che antichi) industriali costruiti in tutto il periodo degli ultimi due secoli di sviluppo delle fabbriche che ha perfino connotato un’epoca (quello del Settore Secondario dell’industria) che dalla seconda metà del Novecento ha cominciato a declinare, ed attualmente è stato superato dalla successiva e odierna fase del Terziario.

Il più constatabile risultato di questo lento, quasi impercettibile ma non irrilevante, mutamento contingente è segnalato dal percepibile degrado degli edifici industriali e del suo paesaggio corrispondente, in cui opifici di produzione e suoi apparati di esecuzione sono gravemente, e tristemente, ridotti a un degrado preoccupante e miseramente rivolti alla rovina (e loro irrimediabile scomparsa) se non viene trovato un criterio di soluzione per salvarli ed un adeguato metodo di procedura tecnico-amministrativa che possa riportarli ad un degno ricupero e ad un ri-uso appropriato.
È stato il sociologo François Lyotard a precisare, nel 1979, lo stato di questa nuova condizione socio-economica che economisti e filosofi hanno chiamato “condizione post-moderna”: una denominazione che indica un passaggio denotativo, dalla situazione della Modernità trascorsa, al fenomeno (che ancora compete alla nostra vita presente) ad essa successivo della odiernità in corso.
“Società dei servizi” ha chiamato questa nuova fase di trasformazione economico- sociale, nonchè culturale e comportamentale, l’economista Daniel Bell nel 1973, osservando che già nel 1956 si era verificato, per la prima volta al mondo, e negli Stati Uniti, il sorpasso numerico (più della metà degli addetti al lavoro) delle Tute Blu (operai) da parte dei Colletti Bianchi (Impiegati).
È un salto di quantità numerica che può apparire generico, ma la cui consistenza fisica ha determinato, invece, un notevole mutamento di esistenza complessiva nelle condizioni delle società sviluppate (e non solamente) di tutto il pianeta.
La conseguenza è stata una notevole perdita dei criteri di riferimento esistenziale e di organizzazione delle nuove risorse, materiali e intellettuali, ormai basate su regole codificate da più di due secoli.
Lo stesso territorio pinerolese ovviamente ha accusato questa crisi epocale, e da tempo le sue fabbriche, e le attrezzature che le sostenevano, stanno degradando nella trascuratezza, nella rovina, e nel disuso; perdendo quel loro splendore attivo per cui erano nate, e di cui sono state inopinatamente disautorate, senza che ne venga assolutamente tentato l’opportuno ripristino e re-impiego nella loro testimonianza oggettiva di elementi caratteristici locali del patrimonio storico-industriale che ha costituito un importante connotazione nella tipicità edilizia e tecnica di Pinerolo e del suo circondario.

Il merlettificio Turck
L’esempio recentemente più eclatante e scandaloso del degrado edilizio si ritrova nel vecchio Merlettificio Turck proprio a Pinerolo, giacente in una sconsolante rovina progressiva, non solo dolorosa ma anche – forse – dolosa, proprio per il disinteresse della città e l’incuria delle autorità pubbliche verso il degno recupero di questo patrimonio fisico che appartiene alla proprietà, materiale e culturale, delle nostre terre e delle sue testimonianze lavorative.
Per non riportare un noioso elenco delle presenze industriali del Pinerolese sottoposte ad analoghe circostanza di distruzione (per il riscontro e la classificazione dei quali lasciamo il compito ad Italia Nostra, che già si è occupata di qualche caso di tale genere), bastino ricordare alcuni soltanto tra i più emergenti edifici di quella Archeologia recente che, per le proprie caratteristiche di operatività produttiva di genere meccanico, viene appunto denominata “industriale”.

La RIV di Villar Perosa
Tra le differenti condizioni tipologiche esistenti nel Pinerolese si ritrovano tre generi caratteristici della situazione archeologico-industriale, che si dipartono dalla norma ripristinativa più consueta osservabile a Villar Perosa nel contesto architettonico-operaio della RIV conservato in una sua decente utilizzazione odiernizzata (non si deve dimenticare che, come ha sempre sostenuto già dalla fine dell’Ottocento il grande teorico del restauro moderno John Ruskin, è sostanzialmente la normale manutenzione ad assicurare un continuativo ripristino, aggiornante ma non distruttivo).

Lo Stabilimento Mazzonis e l’Opificio Crumière
Le altre due casistiche, sono evidenti esempi di opposta situazione propositivo-organizzativa, uno disdicevole e l’altro encomiabile: il primo (visibile nei padiglioni caoticamente sistemati, e per altro mantenuti in modo parziale o lasciati all’ abbandono, del vecchio Stabilimento Mazzonis a Torre Pellice, la cui articolazione appare incompiuta e senza ordine edilizio e spaziale) è quello della risistemazione incompiuta e senza pianificazione globale, che mostra sconcertanti carenze nella generale ripristino delle costruzioni storiche ancora esistenti; mentre il secondo (ritrovabile nel parco edilizio-paesistico dell’insieme eco-museale dell’Opificio Crumière a Villar Pellice, adeguatamente ristrutturato nella sua ambientalità interna e negli effetti di adeguamento odierno dei contesti naturalistici e delle presenze costruite) offre invece un idoneo caso di intervento congruo nel rinnovamento di un vetusto organismo in un attualistico insieme pluri-funzionale, definito fissando gli aspetti tipologici del passato e rivolgendone il ripristino ad idonei utilizzi per le esigenze odierne. Da cui è provenuto un discreto ambiente di incontri culturali e di svago per la gente che può segnate un importante indicazione operativa: non sarà il Bois de Boulogne parigino o il newyorkese Central Park, e neppure il sorprendente Miglio di Londra o l’infinito Lungofiume di Ottawa incredibilmente attrezzato per chilometri di sentieri, ma almeno un sito di effettiva frequentazione collettiva, distensiva e piacevole, diversificato tra vecchie architetture ripristinate ed una ambientalità naturalistica disponibile.

E tutti gli altri…
Tuttavia resta poi quella più estesa categoria di elementi industriali senza previsione di progetto destinati ad una irrimediabile scomparsa, che compirà il loro destino distruttivo se non verrà pensata una loro solerte ristrutturazione.
Ma per tutte le attuazioni di ripristino, non basta soltanto riportare un organismo o uno spazio ad un uso pratico concreto; è necessario anche darne un aspetto estetico sopportabile, e cioè bello. L’utile e il dilettevole devono attagliarsi agli aspetti concreti di una cultura civile e storica, che riesca complessivamente ad amalgamare, e opportunamente equilibrare, la praticità e l’estetica; in modo da rendere il nostro intorno (che abbiamo dovutamente organizzato se non l’abbiamo trascurato o distrutto) adatto ai nostri bisogni concreti, e appagante per la nostra sensibilità di utenza pratica e di percezione psicologico-visiva.
Sull’ampio e diversificato patrimonio archeologico-industriale occorre dunque pensare giuste proposizioni di ricupero e ricomposizione, per intervenire solertemente e con accortezza, e ridare un nuovo efficace senso di vita ulteriore ai suoi elementi edilizi e tecnici. Prima che poi non sia troppo tardi, e non ci si possa neppure più lamentare.

Corrado Gavinelli

(Vita Diocesana Pinerolese – n. 2 – 2 febbraio 2014)

Villar Perosa - Villaggio RIV

Villar Perosa – Villaggio RIV


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Pinerolo. Archivio Diocesano

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Nacque nel 1748 con l’erezione della diocesi, costituita dai territori delle soppresse Abbazia di santa Maria (fondata nel 1064) e della Prevostura di Oulx (fondata nel 1050/60) di cui conserva la parte dei documenti non confluiti all’Archivio di Stato di Torino. Dal 1992 ha una nuova sede presso la Curia Vescovile.

archiviodiocesano3Questo ha permesso di raccogliere tutto il materiale sparso rendendo possibile la consultazione a professori, studenti, storici o semplici ricercatori. Grazie ai contributi di vari Enti, è possibile continuare la catalogazione e il riordino. In esso si trovano i Fondi Abbazia santa Maria, Prevostura d’Oulx, Diocesi, Parrocchie, Seminari e Clero, Opera Riparazione Chiese, Ecumenismo, Bollettini parrocchiali, Lettere pastorali dal 1750… Il più antico documento è l’atto di fondazione dell’Abbazia di Santa Maria (esposto nel Museo Diocesano) cui seguono Bolle Papali dal 1200 in poi. In diocesi vi sono altresi due archivi storici: quello della Cattedrale e quello del priorato di Mentoulles con documentazione storica sulla vita delle comunità dell’alta Valle di Pragelato nelle vicende con i valdesi. Le bolle pontificie dell’Abbazia di santa Maria dei secoli XI-XIII si trovano conservate nella Biblioteca Correr di Venezia.

archiviodiocesano1Da un primo sguardo sommario si presume che vi siano più di diecimila documenti, senza contare quelli che devo ancora essere catalogati. Si stanno inoltre raccogliendo documenti, studi, fotografie e materiale posseduto in particolare da sacerdoti anziani e laici, materiale utilissimo che altrimenti andrebbe disperso. Sono anche raccolti gli archivi delle parrocchie soppresse onde evitarne furti e deterioramenti. L’Archivio Diocesano è consultabile il martedì e il giovedì dalle ore 15.00 alle 18.00, oppure con appuntamento telefonando allo 0121 373329/30  oppure alla e-mail centrostudi@diocesipinerolo.it


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Cartolina stampata nel 1913 in occasione della Consacrazione della nuova parrocchiale accompagnata dalle effigi di coloro che ne vollero la realizzazione, monsignor Giovanni Battista Rossi, allora vescovo di Pinerolo, e il teologo Don Paolo Losano, primo parroco

Luserna. Parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù

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Il 15 Agosto 1913 venne consacrata la Nuova Chiesa Parrocchiale degli Airali a Luserna S. Giovanni, dedicata al Sacro Cuore di Gesù.< Cartolina stampata nel 1913 in occasione della Consacrazione della nuova parrocchiale accompagnata dalle effigi di coloro che ne vollero la realizzazione, monsignor Giovanni Battista Rossi, allora vescovo di Pinerolo, e il teologo Don Paolo Losano, primo parroco Cartolina stampata nel 1913 in occasione della Consacrazione della nuova parrocchiale, accompagnata dalle effigi di coloro che ne vollero la realizzazione, monsignor Giovanni Battista Rossi, allora vescovo di Pinerolo, e il teologo Don Paolo Losano, primo parroco[/caption]

Una mastodontica costruzione in mattoni e pietra, scolpita e plasmata – nelle parti esteriori di facciata – con spesse decorazioni, in parte geometriche (cruciformi e a figure euclidee) e in altri casi vegetali, eseguita nelle tipiche forme solide e grevi di quel caratteristico periodo di inizio del Novecento che sviluppava le immagini di tendenza epocale della recente trasformazione modernistica della prima avanguardia architettonica internazionale del Liberty in una attualistica rielaborazione medievale.

Il progettista fu il giovane ingegnere-architetto Giuseppe Momo di Vercelli, che agli inizi della sua carriera fu attivo al fianco dei maggiori esponenti del Liberty torinese; per la sua chiesa egli trasse evidente ispirazione da edifici noti della sua epoca, e non obbligatoriamente ecclesiastici, quali l’Aquarium di Milano di Giuseppe Sebastiano Locati (del 1903/05-06) o il Cimitero Monumentale a Bergamo di Ernesto Pirovano (del 1897/1900-13); Momo fece soprattutto riferimento alle immagini del grande protagonista dello Stile Liberty italiano Giuseppe Sommaruga, la cui evoluzione formale procede dalla ancora decadentistica Cappella Funeraria Biffi nel Cimitero di Galliano a Eupilio (compiuta nel 1898-99) e si conclude con l’Albergo ‘Tre Croci’ al Campo dei Fiori sopra Varese (1907-12), passando per le decorazioni plastiche delle realizzazioni milanesi del Palazzo Castiglioni (1900/01-1903) e della Villa Romeo (adesso Clinica Columbus, del 1911-13).

Un progetto di tutta attualità, dunque, a dispetto di ogni deviante apparenza storicistica che lo vuole rimandare a modelli più antichi, che il suo disegnatore ha concepito ed eseguito un secolo fa, elaborandolo tra il 1905 ed il 1906 e realizzandolo nel 1908/09-13. La costruzione risalta ed emerge, nel tessuto urbano ancora fortemente ottocentesco del capoluogo lusernese, come elemento distinguibile e strepitoso (descritto infatti, ancora nel 1948, dal suo secondo parroco – il canonico Don Giovanni Battista Canavese – quale severo fabbricato che «Domina solenne su tutti gli altri edifizi e fortemente si impone all’ammirazione del visitatore»), del tutto isolato ed insolito rispetto agli esemplari della precedente esperienza valligiana.

A quell’epoca, infatti, la parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù è indubbiamente un elemento estraneo, per le sue volumetrie e le forme elaborate e massicce, a confronto dei tradizionali caseggiati di carattere contadino, o primo-operaio, che componevano il semplice ed elementare paesaggio edilizio cittadino. Nella sua realtà esecutiva, tuttavia, il progetto del Momo, benchè gratuitamente tracciato dall’architetto e costruito con parsimonia economica, ha subito diverse traversie di itinerario procedurale; ciò ha comportato l’attuazione di versioni varianti di progressivo adattamento, mantenendo comunque intatta la versione originaria dell’organismo iniziale, e le cui vicissitudini sono riscontrabili negli Archivi del Comune e della Parrocchia e nelle notizie dei giornali di quel periodo.

Piazza degli Airali nel 1904, prima dell'edificazione della nuova parrocchiale

Piazza degli Airali nel 1904, prima dell’edificazione della nuova parrocchiale

Voluta dall’autorità ecclesiastica di Pinerolo per la consistente crescita dei fedeli cattolici lusernesi, il cui numero aveva da tempo superato quello dei residenti valdesi secolarmente attestati nella località valliva del Pellice, l’esecuzione dell’edificio agli Airali è stata sostenuta dal Vescovo di Pinerolo Giovanni Battista Rossi, con l’appoggio attivo di don Gaudenzio Losano (studioso di diritto canonico e teologo stimato), che della nuova parrocchiale lusernese è diventato il primo titolare.

Addirittura al 1901 risale la decisione di erigere la chiesa airalese, richiesta, come riporta lo storico locale Celeste Martina nel suo studio edito nel 2013, tramite una «petizione di 213 famiglie del Capoluogo con 1006 componenti»; soltanto nel 1905 si riuscì, però, ad acquisire il terreno su cui edificarla, ed unicamente nel 1908 vennero iniziati i lavori di costruzione, interrotti e quindi ripresi nel 1909 a causa di continui rimandi per stridenti contrasti sorti tra la Curia e le autorità comunali di Luserna.

I lavori di edificazione, dopo avere ottenuto le necessarie autorizzazioni definitive, durarono un triennio, terminando nel 1913, e lasciarono sul terreno stabilito quel caratteristico organismo che tuttora si può vedere, rimasto intatto nella sua primigenia concezione volumetrico-spaziale.

La modernità della chiesa è riscontrabile dalla semplicità lineare delle partiture interne, nitide e lisce, senza decorazioni, che procurano alle navate una particolare luminosità formale, ed alla quale egregiamente contribuiscono le vetrate limpide e fortemente cromatizzate composte su disegno del Momo dal vetrista Albano Macario, che le pose in opera nel 1923.

Tra le curiosità esecutive del nuovo contesto ecclesiale, insieme con le opere parrocchiali di assistenza e ricreazione disposte su due ampi cortili laterali, si riscontra una più modesta presenza scultoreo-utilitaria collocata sul piccolo sagrato. Si tratta di una fontana composta da una brocca versante acqua dentro una vasca squadrata, sagomata ad incavo conchigliare, scolpita interamente in un blocco unico di pietra, realizzata nel 1984-85 dal varesino Francesco Chiantore, divenuto imprenditore e scalpellino a Luserna, nonché scultore e “artigiano del marmo”. Una scultura puristica, quasi di spontaneo riferimento formale alla tonda maniera levigata di Felice Casorati, che appare in una metafisica timidezza rispetto all’incombente imponenza volumetrica della Chiesa che le incombe vicina; con una figurazione ridotta che si ricollega alle lettere alfabetiche scolpite in facciata sulla lunga fascia ornamentale dell’ingresso, riportanti in caratteri maiuscoli (SCGN) la dedicazione del tempio al Sacro Cuore di Gesù Nazareno, che stanno ad indicare il vero nome completo di questo edificio.

La fontana del sagrato (Chiantore, 1984-1985)

La fontana del sagrato (Chiantore, 1984-1985)

Corrado Gavinelli

Vita Diocesana Pinerolese


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Maestro di Cercenasco, Madonna del latte, dettaglio; inizio XVI secolo. Pinerolo, basilica di San Maurizio.

Pinerolo, basilica di San Maurizio. Madonna del latte

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La Madonna del latte si trova nella terza campata della navata sud della chiesa di San Maurizio di Pinerolo, al di sopra dell’arca sepolcrale di don Giovanni Barra.

Maestro di Cercenasco, Madonna del latte; inizio XVI secolo. Pinerolo, basilica di San Maurizio.

Maestro di Cercenasco, Madonna del latte; inizio XVI secolo. Pinerolo, basilica di San Maurizio.

Il dipinto ritornò alla luce nel 1890, dopo secoli di occultamento che ne avevano fatto dimenticare la presenza; a parlare del ritrovamento è Pietro Caffaro, studioso pinerolese, che dà conto di una situazione di conservazione piuttosto buona nonostante la presenza di numerose cadute intorno alla figura della Vergine a causa della probabile presenza di ex-voto. Nascosto quasi subito, per la seconda volta, dalla tela di San Rocco, ritornò alla luce fra il 1999-2000.

Raffigura la Vergine, avvolta in un manto blu, che allatta Gesù seduta su un tronetto posto al di sopra di una sorta di predellino; Madre e Figlio sono avvolti in un alone luminoso che si irradia da loro assumendo la forma di una mandorla gialla, secondo una tipologia iconografica tradizionalmente legata alla Vergine dell’Apocalisse: a Giovanni, nella visione del primo segno che segue l’apertura dei sette sigilli, apparve nel cielo “una donna vestita di sole”.

Maestro di Cercenasco, Madonna del latte, dettaglio; inizio XVI secolo. Pinerolo, basilica di San Maurizio.

Maestro di Cercenasco, Madonna del latte, dettaglio; inizio XVI secolo. Pinerolo, basilica di San Maurizio.

L’affresco, per la sua indubbia e stringente prossimità stilistica e tecnica con le vele di Sant’Anna, è attribuibile al Maestro di Cercenasco. Concorrono all’attribuzione anche alcuni dettagli riconducibili all’atelier di Jean Fouquet (pittore del re di Francia della metà del XV secolo), come la profonda scollatura della Vergine o l’impostazione generale della scena, già riscontrati nelle vele cercenaschesi.

La presenza dell’affresco su una parete edificata soltanto a partire dal 1500-1501 e all’interno di una cappella già dedicata a San Rocco nel 1518 (come ci conferma la visita pastorale effettuata in quell’anno da Giovanni di Savoia) consente di circoscrive il limite cronologico in cui inscrivere l’opera; rispetto alle vele di Sant’Anna sono riscontrabili inoltre alcune differenze stilistiche e di linguaggio, differenze che si potrebbero spiegare con il passaggio di qualche anno fra la realizzazione delle due opere. Tenendo in considerazione il lasso di tempo necessario per erigere i muri e renderli adatti ad essere affrescati si potrebbe dunque ipotizzare una data non lontana dal 1510, o poco oltre, nella quale le pareti erano già verosimilmente pronte ad accogliere la stesura pittorica.

L’opera si collocherebbe dunque in un momento piuttosto inoltrato dell’attività dell’artista, di cui costituisce probabilmente l’ultima opera finora nota.

(Per un ulteriore approfondimento si veda il volume Il Maestro di Cercenasco ).


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Madonna con il Bambino, dettaglio

Frossasco
Cappella della Madonna della Grà

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La cappella della Grà, detta anche del Bivio o della Neve, è collocata poco al di fuori del centro abitato di Frossasco, a pochi metri della strada del Bivio dalla quale deriva uno dei nomi con i quali è conosciuta. Il primo epiteto, della Grà, è dovuto alla dedicazione alla Madonna delle Grazie, alla quale si aggiunse più tardi quella a san Grato, e designava la località già agli inizi del 1400; l’edificio sorgeva sulla strada che, seguendo l’antico tracciato romano, conduceva da Pinerolo a Susa.

Al suo interno è conservato un affresco che raffigura la Vergine con il Bambino; considerato miracoloso e meta di frequenti pellegrinaggi fino al XVIII secolo, era inizialmente dipinto su un pilone, poi inglobato entro la prima metà del 1600 in una cappella che i successivi ampliamenti portarono all’attuale edificio porticato a pianta rettangolare. Il dipinto si trova oggi al fondo della cappella, circondato da decorazioni di cornici e figure in stucco bianco su fondo azzurro; lo contorna una cornice dorata, sempre a stucco, coeva agli altri decori. Gli atti consolari di Frossasco degli anni 1594 e 1599 citano una “cappella dell’Aggrata posta vicino al pascho della Grata”, il cui nome deriva da un pilone su cui è dipinta una Vergine con il Bambino; gli stessi atti dichiarano che nel 1622 l’affresco era ancora “discoperto e sottoposto a piogge et altri mali tempi”, e che soltanto nel 1634 il rettore della cappella ne fece erigere l’altare.

La prima visita pastorale, eseguita dall’arcivescovo Giovanni Battista Roero, risale al 1753; le condizioni dell’edificio erano all’epoca abbastanza buone e, di fronte ad esso, sulla destra, era annesso il cimitero. La cappella aveva un solo altare, posto alla destra dell’ingresso, ed era chiusa da un cancello di legno. La visita successiva, datata 20 maggio 1776 ed effettuata dall’arcivescovo Rorengo di Rorà, ci ricorda che la cappella aveva già assunto la dedicazione a san Grato al posto di quella della Vergine. Le condizioni di conservazione dell’edificio, all’epoca di proprietà della comunità di Frossasco, non erano più molto buone: alcune parti erano scrostate, altre molto rovinate, e l’altare non aveva più nemmeno la pietra sacra, elemento che ne denuncia la consacrazione.

Nel 1835, dopo un periodo in cui la cappella non sembra più essere di alcun interesse per Frossasco, la comunità locale (di cui l’edificio era proprietà) decise di fare dei lavori di ristrutturazione, a seguito dei quali poté di nuovo essere consacrata. Verrà citata ancora, con il nome di Madonna della Neve, in un elenco di cappelle fatto in una visita pastorale del 1847.

Madonna con il Bambino; cappella della Madonna della Grà, parete di fondo

Madonna con il Bambino; cappella della Madonna della Grà, parete di fondo

Il dipinto conservato sulla parete di fondo raffigura la Vergine, vestita di rosso scuro ed avvolta in un ampio manto blu che nasconde in parte il basso tronetto su cui è seduta; con la sinistra sorregge Gesù, accostandolo alla sua guancia, e con la destra gli accarezza le gambe. Il dipinto è interessato da ampi rifacimenti e ridipinture; l’evidente asimmetria del riquadro e l’eccessiva prossimità della cornice al bordo del dipinto fanno presupporre una maggiore estensione dell’originaria superficie affrescata, poi ridotta in epoca imprecisata.

L’autore del dipinto dimostra di essere a conoscenza delle opere del Maestro di Cercenasco, in particolare nella resa dei volti e nella rappresentazione del Bambino, nonostante palesi una minore maestria esecutiva. Studi stilistici inducono a datare l’opera intorno agli anni Dieci del Cinquecento, a ridosso della Madonna del latte che il Maestro di Cercenasco realizzò in anni non lontani nella Basilica di San Maurizio di Pinerolo (terza campata della navata destra, sopra all’arca sepolcrale di don Barra), della quale, forse, l’anonimo artista che lavorò a Frossasco ebbe conoscenza. La sua prossimità con il Maestro di Cercenasco autorizza ad ipotizzare non solo una conoscenza delle sue opere, ma anche una gravitazione non lontana dall’orbita del suo atelier, che andò ad arricchire il suo linguaggio, maturato molto probabilmente in zona.

(Per un ulteriore approfondimento si veda il volume Il Maestro di Cercenasco).


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Morte e glorificazione della Vergine, parete destra; dettaglio

Vigone. Cappella di Santa Maria de Hortis

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Al suo interno si sono succedute più campagne decorative databili fra l’ultimo quarto del XIV e gli inizi del XV secolo.

Portale di ingresso

Portale di ingresso

Gli affreschi più antichi sono conservati nel presbiterio, la cui parete destra è suddivisa in tre grandi scomparti separati da cornici decorate. Nella lunetta è raffigurata la Madonna con il Bambino in trono fra santi (Giacomo e Antonio abate sulla sinistra, Claudio vescovo e Caterina sulla destra) e devoti; nel registro inferiore la Crocifissione, sulla sinistra, e alcune scene relative alla morte e glorificazione della Vergine: in senso antiorario, il Funerale della Madonna, al quale assistono due committenti inginocchiati sulla destra, la Vergine accolta in Paradiso dall’Arcangelo Michele e l’Incoronazione di Maria in cielo. Più a destra è dipinto un santo monaco benedicente.

Sulla lunetta della parete di fondo è affrescata l’Annunciazione, in cui la figura dell’angelo è separata da quella della Vergine da Cristo in Maestà racchiuso in mandorla. Nel registro inferiore prendono posto Santa Margherita, sulla sinistra, e il Beato Pietro di Lussemburgo, sulla destra.

Anche la parete sinistra è suddivisa in più scomparti; la lunetta è dominata dalla Madonna della Misericordia, mentre il registro inferiore è suddiviso in più riquadri. Nel primo a sinistra sono raffigurati il Martirio di san Sebastiano e, sotto ad un’architettura gotica, San Giovanni Battista e un altro santo, non più identificabile, che presenta un committente alla Vergine, isolata nello scomparto successivo mentre sta allattando il Bambino, con un uovo sospeso sul suo capo. Seguono San Simone, nel riquadro accanto alla Madonna, e San Bartolomeo, all’estrema destra.

Sulla volta, quadripartita, sono disposti gli evangelisti: in senso orario, guardando la parete di fondo e partendo dallo scomparto soprastante, San Matteo, con l’angelo, San Marco, con il leone, San Luca, con il bue, e San Giovanni, con l’aquila. Nel sottarco che conduce al presbiterio sopravvivono le raffigurazioni di Santa Maria Maddalena e San Giovanni Battista, sulla metà sinistra, e San Lorenzo, sulla destra.

Sulle pareti della navata sono conservati frammenti di affreschi di santi (Michele arcangelo, Caterina e Sebastiano e, al di sopra, frammenti del drago ucciso da san Giorgio), sulla destra, e di un santo vescovo benedicente, a sinistra.

Parete di fondo e dettaglio della volta

Parete di fondo e dettaglio della volta

Parete destra, dettagli

Parete destra, dettagli

San Bartolomeo, parete sinistra

San Bartolomeo, parete sinistra


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