Terre d’Acaia può diventare uno dei marchi di fabbrica territoriali più rilevanti del Piemonte e non solo

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Terre d’Acaia può diventare uno dei marchi di fabbrica territoriali più rilevanti del Piemonte e non solo

Pubblichiamo, per gentile concessione de Il Monviso settimanale, l’intervista a Giacomo Bottino a cura di Marco Margrita sul progetto Terre d’Acaia.

Lunedì 25 febbraio 2019, l’Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro, in collaborazione con Ucid e Mcl Piemonte, ha presentato la Lettera pastorale del Vescovo mons. Derio Olivero al mondo imprenditoriale pinerolese, dal tema il “Civismo dei produttori”, nel corso del quale è stata illustrata la proposta di

Costruire un “Atlante dei Valori Territoriali”, per lanciare le Terre d’Acaia

Intervista a Giacomo Bottino, operatore culturale che ha concretizzato questa metodologia in grandi progetti territoriali

La presentazione della lettera pastorale di mons. Derio Olivero al mondo imprenditoriale è un altro tassello nella concretizzazione, mettendo in rete le forze attive delle nostre comunità, del progetto “Terre d’Acaia”. Queste, nelle intenzioni dell’Upsl, dovrebbero dotarsi di un loro “Atlante dei Valori Territoriali”. A illustrare questo strumento è stato chiamato Giacomo Bottino.

Progettista e operatore culturale, è stato direttore del Teatro Giacosa di Ivrea e della Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte. Dal 1990 al 1999 ha ricoperto i ruoli di consigliere e assessore della Provincia di Torino. Come autore teatrale e televisivo ha scritto nel 2008 (con Daniele Salvo) il testo di “In un volto che ci somiglia – Viaggio nella Costituzione”, spettacolo celebrativo del 60° anniversario della Carta costituzionale, interpretato da Luca Zingaretti, Paola Cortellesi, Umberto Orsini e Monica Guerritore.

Ha tradotto dal francese “La Divina Sarah” di John Murrell e Érich-Emmanuel Schmitt, attualmente in tournée nei teatri italiani, con protagonisti Anna Bonaiuto e Gianluigi Fogacci.

Dal 2018 è direttore progettuale della Fondazione Pacchiotti di Giaveno.

“Il progetto “Atlante dei Valori Territoriali” venne dibattuto, proprio su iniziativa dell’allora assessore alla pianificazione territoriale della Provincia di Torino, Giacomo Bottino, nel convegno “Geografie del Paesaggio” (Castello di Masino, 1995). Su questa base tematica e metodologica sono stati realizzati dallo stesso Bottino, in qualità di direttore artistico-culturale, il progetto “Parco Culturale del Canavese” (2014); il progetto “Le Montagne del Fare Anima”, ideato per il territorio delle Montagne Olimpiche (2005-2006). Attualmente l'”Atlante dei Valori Territoriali” è uno degli assi portanti del progetto, avviato a giugno 2018, del “Parco turistico-culturale di Giaveno e della Val Sangone””.

1) Cosa s’intende per “Atlante dei Valori Territoriali” e che ruolo può giocare nel consolidare la progettualità “Terre d’Acaia”?

Si tratta di uno strumento d’indagine, conoscenza e progettualità, dotato di uno sfondo culturale legato al pensiero del ‘900 e contemporaneo. Mi riferisco innanzitutto alla “scuola territorialista” sviluppatasi e fiorente anche nel nostro Paese: un approccio ecocompatibile ai problemi indotti dai meccanismi autoreferenziali e invasivi della crescita e dello sviluppo. Vi è poi la “filosofia del paesaggio”, che considera giustamente il territorio la più grande opera realizzata dall’umanità: è “il volto che ci somiglia”, che Carlo Levi traeva dall’osservazione del paesaggio italiano, multiforme e storicamente stratificato.

Inoltre, va considerata la cosiddetta “geofilosofia”, alla cui elaborazione Massimo Cacciari ha dato un apporto fondamentale: il pensare la terra, nell’epoca della globalizzazione e del trionfo della tecnica, come terapia per affrontare i problemi della perdita di radicamento, di memoria culturale, di identità individuali e collettive, di tradizioni e orientamenti etici. E in ultima analisi per rifondare la politica.

Tutto questo per dare consapevolezza al fatto che il territorio si colloca, come è stato detto, nel tempo lungo della storia: ha la concretezza, la durezza che garantisce una durata nel tempo e la solidità che lo contrappone al “mondo liquido” diagnosticato da Bauman. 

Detto in questi termini, mi rendo conto che la realizzazione di un Atlante dei Valori Territoriali possa sembrare una fumisteria un po’ cervellotica. Ma non è così, perché anche il “mondo piccolo”, in cui Guareschi ha ambientato le storie di don Camillo e Peppone, traeva un senso dal “mondo grande”, dalla vastità degli orizzonti di pensiero delle ideologie contrapposte.

Da questa angolazione, una mappa, che consenta di individuare i valori di lunga durata di un ambito territoriale metodologicamente circoscritto, rappresenta la base di lancio di progetti diversificati, ma tenuti insieme da una stessa finalità e ispirazione: ad esempio, la ricostruzione realistica dell’identità di una regione storica piemontese, come le Terre d’Acaia, per dare luogo ad un brand, un marchio di appartenenza e di qualità utile alla promozione di un contesto di notevole significato della provincia di Torino.

2) Un simile strumento come può e deve essere tenuto presente nel dipanare una mission per un territorio?

Da tempo è in atto un processo, nel quadro dell’economia del turismo, che tende a creare una sorta di “mercato dei territori”, soprattutto in chiave culturale ed enogastronomica.

Interpreto questo processo come un fatto positivo, come un meccanismo virtuoso, perché il mercato in quanto tale, se non è dominato da logiche di sfruttamento, rappresenta una straordinaria opportunità per generare ricchezza condivisa. Il mercato, in altre parole, è un fatto culturale. In questo senso, mi piace prendere a prestito la definizione che Diderot dava della cultura: “un emporio per il commercio reciproco delle idee”.

L’Atlante dei Valori Territoriali è da intendersi come la carta costitutiva, lo statuto di questo metaforico emporio. Serve, in altre parole, per correggere lo sbilanciamento, tipicamente novecentesco, costituito dal consumo del suolo da parte di una concezione totalizzante e selvaggia dell’urbanizzazione.

La correzione di questo squilibrio rimette in moto energie sorgive come quelle dell’agricoltura e della biodiversità, del patrimonio artistico e creativo. Sono queste le risorse originali poste in risalto nel progetto “Terre d’Acaia”, risorse da offrire alla vasta platea dei turisti e dei viaggiatori, ma anche dei nativi e dei residenti. In Francia da alcuni decenni a questa parte circola una definizione: “mettere in desiderio il territorio”.

A questa linea di azione mi sembra si conformi la mission di “Terre d’Acaia”.

3) Come si giunge alla compilazione di questo Atlante?

Vi si giunge partendo dalla consapevolezza che il territorio è corale e i suoi valori sono le singole voci del coro: pensare al territorio come a una partitura musicale mi pare un’immagine non solo suggestiva, ma di alto contenuto creativo ed etico.

Perché il territorio è un fenomeno complessivo, polifonico, ma anche particolareggiato: un ambito di individualità eccezionali, di avvenimenti che ne hanno segnato il percorso nei secoli, di capacità nel fare e nel produrre, che si sono concretizzate nella nobile attività di tanti agricoltori, artigiani, operai e imprenditori. Questo per dire che, se il territorio è un coralità di valori, occorre rispecchiarlo in una mappa che sia una visione del mondo o di quel mondo specifico da mettere in desiderio.

Una geografia delle qualità locali, che sarà realizzata dall’intelligenza collettiva di un gruppo di ricercatori e progettisti, attraverso sopralluoghi, interviste, raccolte di idee, con l’obiettivo di trasformare queste “materie prime” in progetti fattibili e utili alla creazione di nuove occasioni di lavoro.

4) Come può dare maggior solidità alla suggestione delle “Terre d’Acaia”?

A mio avviso, la solidità può derivare soltanto dal rendere “Terre d’Acaia” un progetto permanente, un laboratorio che prende vita per continuare a vivere e costruire il futuro sociale ed economico della sua area di riferimento. Dovrà essere mosso da uno spirito di impresa, di istituzione sensibile e permeabile a tutto ciò che di spontaneo e innovativo arriva da fuori. E rimanere sempre aperto, sempre “sul pezzo”, come la fabbrica di una cattedrale. L’Atlante, al servizio di questo progetto, ne deve avere le stesse caratteristiche.


5) Il vescovo ha dimostrato grande attenzione alla questione della bellezza. Una grande dimenticata in un Paese come l’Italia che potrebbe / dovrebbe considerarla il proprio petrolio. Come la politica locale e il sistema delle realtà culturali sono chiamate a rapportarsi a questo tema?

Con “Lo stupore della tavola” il vescovo Derio ha scritto una lettera pastorale rinascimentale. È un documento di grande interesse e di notevole originalità. Ne emerge la figura di un uomo di Chiesa e di un umanista, che vede nella concretezza la via della realizzazione del messaggio evangelico.

Occupandomi da parecchi anni di arte, poesia, musica e teatro, nel leggere la sua lettera sono stato preso quasi da un’emozione edonistica: stabilire come assi portanti della sua proposta di cammino la pittura di Caravaggio, i versi di Turoldo, di Rilke, le riflessioni di Catherine Ternynck, di Byung-chul Han, di Josep Maria Esquirol… beh, devo confessare che ho provato con intensità il piacere dello stupore!

Poi, però, ho pensato a uomini di Chiesa e teologi come Guardini, Rahner, von Balthasar, e a quanto abbiano contribuito a sollevare il tema della spiritualità della bellezza, fino ad identificare questi due termini. E allora dallo stupore sono passato alla meditazione, che credo sia il vero obiettivo della lettera pastorale.

Quanto alla bellezza come fonte di ricchezza materiale, scontiamo su questo dato inequivocabile troppi decenni di ritardo da parte della politica sia locale che nazionale e del sistema culturale complessivo. Le condizioni ci sarebbero tutte, ma nelle istituzioni manca il lievito della consapevolezza, lo spirito di finezza necessario.

Da questa angolazione, l’Italia unita è nata male. Tuttavia, l’ampia platea dell’associazionismo e del civismo hanno compiuto negli ultimi tempi passi da gigante nel tentativo di recuperare il tempo perduto. Basterebbe che la politica ascoltasse le loro istanze e le traducesse in atti decisionali.

Ci sono indubbiamente in politica uomini e donne di valore, ma sono pochi e poco ascoltati. Solo quando nell’agenda delle istituzioni pubbliche (e nei loro bilanci) la parola “cultura” sarà scritta tra quelle in cima alla lista, solo allora il nostro Paese avrà una classe dirigente degna di questo nome.


6) Cultura e lavoro. Non sempre il lavoro culturale ha un’adeguata considerazione. Come e perché, invece, il mondo produttivo può vedere nella cultura un ambito di costruzione di sviluppo?

Per produrre occorre prima pensare e per produrre bene occorre prima aver pensato bene. Senza progettualità e progettazione le attività di impresa sono pericolosamente poggiate sulla sabbia o sulla pastafrolla del consumismo, che una volta soddisfatti i suoi appetiti si rivolge o viene indotto a rivolgersi alle nuove mode del momento.

Però, anche il lavoro culturale presenta dei limiti: il contagio del pensiero debole e dei suoi mediocri paladini non è ancora passato del tutto, anzi talvolta si ripresenta sotto mentite spoglie. Chi fa cultura deve essere cosciente della sua responsabilità sociale: la creatività muore nell’individualismo salottiero, ma prolifica nella dimensione comunitaria ed etica.

Occorre che artisti e intellettuali abbiano chiaro che la parola “autore”deriva dal verbo latino “augere”, il cui significato è “accrescere”, “aumentare”, “sviluppare”, “ingrandire”. Autore è chi si fa promotore di crescita e benessere.

L’imprenditore stesso, con la sua inventiva e perspicacia, è un autore a tutti gli effetti.


7) Quali prospettive, tutto ciò considerato, per “Terre d’Acaia”?  

Ricordo un aneddoto raccontato dal grande Luigi Veronelli: trovandosi in Borgogna nel lontano 1956, vi incontrò il celebre vignaiolo René Engel, che gli disse: “Vedi, voi avete uve d’oro e fate vini d’argento, noi uve d’argento e vini d’oro”.

Secoli di passione, giudizio e lavoro instancabile possono fare miracoli. Da questo monito bisogna partire. Se l’obiettivo dei promotori di “Terre d’Acaia” è quello di far sì che le loro uve d’oro facciano vini d’oro  – e mi sembra che ne abbiano tutte le intenzioni – il progetto non solo avrà successo, ma diventerà uno dei marchi di fabbrica territoriali più rilevanti del Piemonte e non solo.

Marco Margrita

Per gentile concessione de Il Monviso settimanale


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